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ANNAMARIA NATALE – Finché il mare sommerge

Nella geometria del mondo platonico il regno astratto delle forme era collegato al mondo quotidiano delle esperienze sensoriali proprio da una entità che Platone chiamava l’anima del mondo. Ora le forme delle opere di questa mostra di Annamaria Natale altro non sono se non un concetto che collega le nostre esperienze sensoriali, materiali o immateriali che siano, ai principi sui quali è costruito l’universo e che ci permette quella che noi definiamo la comprensione di ciò che ci circonda. Metaforicamente i cromatismi formalmente astratti della Natale, riportano le leggi naturali che codificano il messaggio i cui destinatari siamo noi stessi e l’emissario di questo messaggio è, per Platone e per molti altri dopo di lui, il Demiurgo, appunto il costruttore cosmico. Ma, per rispondere ad una mistica della visione contemporanea, l’esistenza stessa di un messaggio e di un codice che lo rappresenta implica la presenza stessa di un Codificatore (a cui, per forza di cose, l’anima tende). E l’anima stessa esiste perché “deve” esistere e il requisito etico implicato in questa asserzione ne giustifica da sé la necessità per gli umani. Nel rapporto dialettico fra il reale ed il virtuale è la funzione estetica dell’arte che può divenire uno dei medium del processo di trasformazione; nel suo essere in continua trasformazione Annamaria Natale sfonda il limite dello spiazzamento attraverso il sublime atto creativo in una dis/omogeneità degli estremi fra mistica dell’anima ed eccesso corporeo. Il limite viene polverizzato e nelle pieghe della matrice si nasconde la pressante ricerca che l’anima compie nel tentativo di ricongiungersi con il suo creatore. D’altra parte lo stesso concetto di virtualità sottintende questa ricerca; Virtualis, termine usato dagli scolastici, non è soltanto una pura possibilità o potenzialità è, piuttosto, una potenza capace di diventare atto. Virtuale è, per S. Tommaso d’Aquino, la distinzione tra gli attributi di Dio; questi attributi sono reali e distinti nel finito ma presenti virtualmente nell’infinito. Al virtuale dell’anima non manca nulla per “essere”, soltanto esso non è visibile allo stesso modo e con le stesse caratteristiche di altre modalità dell’essere. E, così, i landscape di Annamaria Natale appartengono, attraverso le sovrapposizioni di inchiostri e resine, tanto alla memoria assiomatica del mare quanto ai mondi immateriali della visione che l’umano del terzo millennio ha di sé per lo meno fino a quando il mare tornerà a sommergerci.

MASSIMO SGROI

Il giorno dopo il diluvio

Gli ultimi lavori di Annamaria Natale andrebbero osservati con l’occhio di un naufrago stremato, non più in grado di distinguere la lingua di sabbia che gli si prospetta all’orizzonte, dall’abbaglio di un miraggio. Finché il mare sommerge è il titolo che si è voluto dare, non a caso, alla recente mostra presentata al MAC di Caserta, e curata da Massimo Sgroi.

Nei delicati acquerelli presentati per l’occasione dall’artista, la linea dell’orizzonte segnerà sempre una costante, come l’ago di una bussola, l’asse di una coordinata, in grado di evitare che lo spazio collassi nel gorgo indistinto del reale. Per ogni naufrago che affoga, la speranza si aggrappa a un filo, affinché il mare non lo sommerga.

Al di sopra della linea dell’orizzonte, in ogni quadro presente in mostra, in un immenso stagno primordiale dalle onde piatte, un arcipelago sospeso di rocce sulfuree (ogni disegno sembra la reazione dello zolfo a contatto del foglio), rovescia la propria ombra sulla superficie dell’acqua, e si rispecchia.

Se fosse un test di Rorschach proiettato sull’asse piano, alcune mappe dei disegni  suggerirebbero palpebre socchiuse, bocche che si dischiudono al risveglio, carnosi petali di fiori macerati, l’ammiccare di una seduzione, ma qui l’ambiente è siderale, vissuto distante nel tempo e nello spazio milioni di anni luce e l’ossigeno, in grado a stento di ossidare i metalli, si spegne nei polmoni. Non c’è spazio per la vita, figuriamoci per l’amore. Solo un’ineffabile nostalgia satura a mala pena il buco della nostra percezione.

Le due metà del foglio, come due piatti di bilancia, complice il filo che li ha divisi e li sostiene, reggono il peso dei due registri in equilibrio, e tra lo zolfo della roccia e il suo riflesso, l’artista ritrova il filo e l’orizzonte della sua alchimia.

In ogni disegno, il cielo è vuoto, senza vento, come il giorno dopo il diluvio, quando si è in attesa di vedere riemergere la terra ferma dalle acque e ritornare la vita, nel becco di una colomba.

Ma nessun volatile solcherà mai questi fogli carichi di aria mefitica, quasi fossimo al cospetto delle porte dell’Averno, o magari, di sicuro, ai margini dell’Oceano, al confine del mondo, presso le isole dei Beati, sede di eroi sottratti al fato di morte.

Ed è qui, in questo radura inospitale, che Annamaria Natale, pare ci abbia voluto condurre, suo malgrado, perché questo è un viaggio che non contempla spettatori, ma nel suo vortice, in attesa del suo eroe, come una novella Antigone, ci ha trascinato nel suo gorgo, seguendo il filo della sua visione e le tracce di un’altra narrazione.

Finché il mare sommerge è infatti il verso di una poesia di Alda Merini, una poesia evidentemente cara all’artista e che potrà aiutarci a fare luce sulle sue intenzioni. Ascoltiamo le parole della poetessa:

“..finché il mare sommerge questa mia debole carne e io giaccio sfinita su te che diventi spiaggia e io che divento onda.

Come non pensare all’Infinito di Leopardi, al “dolce naufragare”, al “nel pensiero mi fingo”, oppure alle parole di Saffo nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese in risposta alla ninfa immortale Britomarti:

“Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace”.

Per poi concludere: “Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola”.

Anche Annamaria Natale sa fuggire a se stessa, spingersi ai confini del visibile, lasciarsi andare, farsi onda. Tutta la fatica sta per lei nel ritornare, nell’attrito che si fa subito canto, nel restituire al mondo con le sue opere, quel pò di quarzo, di quella spiaggia desolata, che sa d’infinito.

 

Sergio Fermariello

Cosmico inconscio, cosmico mare

Inchiostri, resina e carta sono gli elementi essenziali attraverso i quali Annamaria Natale sublima il gesto e dà forma a spazi altri; mondi paralleli, amorfi, sono resi visibili attraverso una lente non ben calibrata. È la volontà dell’artista: il suo lavoro restituisce agli occhi dello spettatore un’immagine profonda, ma indefinita, che prende forma nella mente di chi guarda.Una sintesi astratta, rarefatta, che in più punti risulta vicina ad alcuni lavori dell’artista britannica Ithell Colquhoun, l’occultista – a tratti surrealista – di recente rivalutata dalla critica internazionale. Ad accomunarle, è la capacità di racchiudere uno spazio psichico all’interno dell’opera. Nella serie Senza Approdo è ravvisabile una certa consonanza con le opere realizzate dall’artista britannica nel corso degli anni ‘40, e non solo dal punto di vista concettuale, ma anche rispetto alla scelta della gamma cromatica, tendente in particolare ai toni del fucsia e dell’arancio. È sufficiente paragonare l’opera #1 della serie ad Alcove , un olio su tavola realizzato dalla Colquhoun nel 1946. Spazi nebulosi, dall’aspetto cosmico, ancestrale. Nella scultura Corolla erosa dai sensi due elementi di diversa forma e consistenza tracciano un’orbita circolare, ferme nell’ istantanea di un movimento inconsapevole, eppure perpetuo. Si mantengono a distanza ravvicinata,erodendosi senza incontrarsi mai: alcuni elementi innescano forze ancestrali, generano cose.C’è una linea sottile nei suoi lavori su carta, un orizzonte visivo e reale intorno al quale si sviluppano forme solo all’apparenza speculari. Il sopra e il sotto. Qual è la superficie e qualel’abisso? Al di là della linea gli spazi mutano, lasciandosi talvolta andare verso spigolature di forme geometriche non essenziali. Le implosioni di colore, le aurore, sono masse vitali che originano spazi sfocati racchiusi tra il reale e l’immaginario: sono luoghi altri.
I luoghi-non luoghi inquadrati dallo spettatore vengono messi a fuoco nell’immaginario personale: si attivano, prendono vita. Sono spazi naturali, urbani, dimenticati o mai visti. Quelli realizzati da Annamaria Natale sono gli iceberg che galleggiano nel mare del nostro inconscio, ed è il loro peso a definire fin dove il mare arriva, fino a che il mare sommerge.

Veronica Cimmino

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